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IL LESSICO DI NATALIA GINZBURG

“Quan­do veni­va il tem­po del­la vil­leg­gia­tu­ra, mio padre pren­de­va in affit­to una casa, sem­pre la stes­sa; ormai, da anni, non vole­va più cam­bia­re posto. Era una gran­de casa di pie­tre gri­gie, che guar­da­va su un pra­to: ed era a Gres­so­ney, nel­la fra­zio­ne di Perletoa.”

Chi scri­ve è Nata­lia Gin­zu­burg in “Les­si­co fami­lia­re”, il roman­zo edi­to da Einau­di, ormai un clas­si­co del­la let­te­ra­tu­ra ita­lia­na del Nove­cen­to, che le val­se la vit­to­ria al Pre­mio Stre­ga nel 1963. La casa di pie­tre gri­gie è quel­la dei miei zii.
Mio zio ricor­da­va di ave­re gio­ca­to, da bam­bi­no, con Nata­lia. Su quel pra­to ci sono le impron­te del­le cor­se di mia sorel­la, dei mie cugi­ni, mie, i gio­chi con Thor, il pasto­re tede­sco di Gior­gio, i rien­tri dal­le tan­te gite sui mon­ti. Quel­le che anche Nata­lia, sua sorel­la e i tre fra­tel­li mag­gio­ri era­no chia­ma­ti a fare, die­tro a un padre bur­be­ro, auto­ri­ta­rio e affet­ti­va­men­te impe­ne­tra­bi­le, così simi­le a un padre conosciuto.

Nata­lia nasce a Paler­mo il 14 luglio 1916, nel­la fami­glia Levi, ebrea, col­ta e anti­fa­sci­sta. Il padre, voce dura e inte­gra, è Giu­sep­pe Levi, scien­zia­to e docen­te uni­ver­si­ta­rio (sua stu­den­tes­sa fu Rita Levi Mon­tal­ci­ni), la madre, spi­ri­to leg­ge­ro, curio­so e dol­ce, è Lidia Tan­zi, sorel­la mag­gio­re di Dru­sil­la, la “mosca”, moglie di Euge­nio Montale. 

La luce di “Les­si­co Fami­glia­re” si accen­de sul­la escla­ma­zio­ni pater­ne: “Non fate mala­gra­zie!”; “Non fate sbro­de­ghezz­zi!”; “Non sia­mo venu­ti a Ber­ga­mo per fare cam­pa­gna” (per richia­ma­re i figli dall’ozio). Attor­no ai con­ti­nui rim­pro­ve­ri pater­ni si muo­vo­no le altre figu­re, in un roman­zo che è un viag­gio den­tro la sto­ria di una fami­glia, ma anche den­tro la sto­ria poli­ti­ca e intel­let­tua­le del nostro Pae­se. Non è pro­pria­men­te un’au­to­bio­gra­fia, non vuo­le esser­lo, come la stes­sa autri­ce ha avu­to modo di dire in diver­se inter­vi­ste, sem­mai è come se tut­te le paro­le, le espres­sio­ni che han­no attra­ver­sa­to la vita del­la fami­glia Levi aves­se­ro comin­cia­to a recla­ma­re con urgen­za il biso­gno di emer­ge­re, di esse­re por­ta­te alla luce e Nata­lia, la cui sto­ria per­so­na­le lascia sul­lo sfon­do, è voce di tut­ti quei modi di dire, ma soprat­tut­to è sguar­do pene­tran­te e mai giu­di­can­te, che si tra­du­ce in una scrit­tu­ra spar­ta­na e inti­ma, lea­le e malin­co­ni­ca. Il les­si­co fami­glia­re è un misto di lem­mi e di atteg­gia­men­ti, di ritua­li­tà espres­si­ve e gestua­li, nel qua­le la fami­glia si rico­no­sce e capa­ce di ride­sta­re una sot­ti­le inti­mi­tà tra i fra­tel­li e le sorel­le, sep­pu­re distan­ti, lun­go tut­ta la vita. 

“Ecco Maria Tem­po­ra­la”, così la madre defi­ni­sce Nata­lia, la figlia più pic­co­la, riser­va­ta e schi­va; stu­den­tes­sa non par­ti­co­lar­men­te bril­lan­te, ma affa­ma­ta di libri, curio­sa e atten­ta, capa­ce di trat­te­ne­re e fare risuo­na­re quel­lo che le ha por­ta­to la vita in dote, la fami­glia e sopra­tut­to le paro­le. Nata­lia si appas­sio­na alla scrit­tu­ra da bam­bi­na, scri­ve poe­sie, non pen­sa di ave­re talen­to, ma scri­ve­re è per lei una neces­si­tà. Il pri­mo roman­zo lo pub­bli­ca con Einau­di nel 1942, “La stra­da che va in cit­tà”, con lo pseu­do­ni­mo di Ales­san­dra Tor­nim­par­te, per sfug­gi­re alle leg­gi razziali.
La casa edi­tri­ce Einau­di ha un ruo­lo impor­tan­tis­si­mo nel­la sua vita: ini­zia a lavo­ra­re lì nel 1945, a fian­co di Mas­si­mo Mila, diven­ta figu­ra di rife­ri­men­to per la nar­ra­ti­va ita­lia­na, quan­do Pave­se si dedi­ca ad altre col­la­ne, tra­du­ce Prou­st. Lei stes­sa descri­ve l’ambiente Einau­di del dopo­guer­ra una “feli­ci­tà collettiva”.

Del resto, è cre­sciu­ta in un ambien­te col­to e viva­ce, poli­ti­ca­men­te impe­gna­to nell’antifascismo. Les­si­co Fami­glia­re par­la di una casa aper­ta, dove anche i per­so­nag­gi più noti com­pa­io­no sen­za bla­so­ne, uma­ni e immen­si in pochi trat­ti. E’ cosi per Filip­po Tura­ti, che a casa Ginz­burg tro­va rifu­gio pri­ma di espa­tria­re in Fran­cia come esu­le anti­fa­sci­sta, per Adria­no Oli­vet­ti, il cui sguar­do muta di inten­si­tà quan­do è impe­gna­to ad anda­re in soc­cor­so di qual­cu­no, per Feli­ce Bel­bo, Cesa­re Pave­se e Leo­ne Ginzburg.

“Ci spo­sam­mo, Leo­ne ed io; e andam­mo a vive­re nel­la casa in via Pal­la­ma­glio.” Una fra­se, nul­la più. Non è solo pudo­re, è sape­re custo­di­re le cose più care,  pur facen­do­ne coglie­re al mon­do la luce.

Cesa­re Pave­se, Leo­ne Ginz­burg e Giu­lio Einau­di sono sta­ti i pro­ta­go­ni­sti di una fase par­ti­co­lar­men­te inten­sa e fecon­da per la cul­tu­ra nel nostro Pae­se. Si cono­sco­no sui ban­chi del liceo clas­si­co Mas­si­mo D’Azeglio di Tori­no, sono allie­vi di Augu­sto Mon­ti; dal­la loro ami­ci­zia, insie­me a Nor­ber­to Bob­bio e Mas­si­mo Mila, nasce, nel 1931, la casa edi­tri­ce Einau­di, che fa cam­bia­re il pas­so a tut­to il mon­do del­la pro­du­zio­ne e dif­fu­sio­ne let­te­ra­ria in Italia.
Let­te­ra­to, stu­dio­so e docen­te di let­te­ra­tu­ra rus­sa, Leo­ne Ginz­burg con­tri­bui­sce in modo fon­da­men­ta­le alla for­ma­zio­ne del cata­lo­go Einau­di. Il suo impe­gno anti­fa­sci­sta gli costa diver­si arre­sti e riti­ri al con­fi­no, fino al 1944, anno in cui muo­re nel car­ce­re di Regi­na Coe­li, in con­se­guen­za del­le tor­tu­re subite. 

Se con Anna Ban­ti abbia­mo incon­tra­to una don­na che si è inven­ta­ta un nome d’arte pur di esse­re rico­no­sciu­ta come iden­ti­tà per­so­na­le distin­ta dal mari­to, in un ambien­te cul­tu­ra­le domi­na­to dagli uomi­ni, Nata­lia Ginz­burg ha fat­to del cogno­me che la lega al pri­mo mari­to una dichia­ra­zio­ne di come sta­re al mondo.
Uno sta­re al mon­do che per lei è indis­so­lu­bi­le dal­la scrittura.
“Que­sto è il mio mestie­re e io lo farò fino alla mor­te” (Pic­co­le vir­tù, Einau­di, 1962)

Scri­ve, Nata­lia, per tut­ta la vita. Scri­ve roman­zi, sag­gi, arti­co­li. Il suo è un dia­lo­go sin­ce­ro e coe­ren­te con la veri­tà, non come fine, ma come natu­ra stes­sa del­lo scri­ve­re: non può esi­ste­re fin­zio­ne. Que­sto pen­sie­ro è così radi­ca­le da far­le rifug­gi­re il tea­tro, inter­pre­ta­to come pal­co­sce­ni­co del­la men­zo­gna. Sarà l’incontro con Pier­pao­lo Paso­li­ni a spie­gar­le come aggi­ra­re quel­la fin­zio­ne e ad aprir­le un mon­do che pri­ma sem­bra­va impos­si­bi­le. Nata­lia scri­ve, così, anche del­le com­me­die, spec­chi che river­be­ra­no la real­tà, paro­le che pos­sa­no ren­der­la visibile.
Fino alla mor­te che soprag­giun­ge a Roma, l’8 otto­bre 1991.

Richiu­do “Les­si­co fami­glia­re” e lo ripon­go sul­lo scaf­fa­le dei libri cari. Leg­ger­lo è sta­to anche un viag­gio nei ricor­di, non solo Gres­so­ney, ma anche Tori­no, dove la fami­glia Ginz­burg ha lun­ga­men­te vis­su­to, pro­prio in vie vici­ne a quel­le in cui sono cre­sciu­ta: una Tori­no cen­tro di pen­sie­ri, corag­gio e nuo­ve visio­ni di mon­do, che sareb­be sta­to bel­lis­si­mo cono­sce­re e che dolo­ro­sa­men­te non si è ripre­sen­ta­ta più (non nascon­den­do debo­lez­za del­la mia generazione).
Ripen­so anche al Pre­mio Stre­ga vin­to da Nata­lia Ginz­burg: in ottan­ta anni di vita del Pre­mio, sono solo 13 le don­ne pre­mia­te. La men­te cor­re alle bam­bi­ne e alle ragaz­ze del­la Pic­cio­let­ta Bar­ca, anche loro non sem­pre stu­den­tes­se model­lo, ma men­ti vive di curio­si­tà, maga­ri c’è chi ha il sogno di diven­ta­re scrit­tri­ce. In Pic­cio­let­ta Bar­ca impa­ra­no la fame di leg­ge­re, di tro­va­re vita nel­la paro­la, di col­ti­va­re con deter­mi­na­zio­ne e cura la loro pas­sio­ne e mi pia­ce sogna­re che, maga­ri, una di loro, un gior­no, avrà il pro­prio nome scrit­to insie­me a quel­lo di Nata­lia Ginz­burg tra le vin­ci­tri­ci del Pre­mio Strega. 

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