Terminato l’affascinante racconto di Mattia Pascal e di Adrano Meis, avevamo chiesto ai ragazzi di provare a immaginarsi una nuova identità; un esercizio di immaginazione che desse vita a “un altro loro”, con una famiglia, una storia fatta di luoghi, relazioni, attività.
E così, prima di inoltrarci nelle domande e nel dialogo sul romanzo, incontriamo una galleria di alter ego davvero interessante e divertente. Colpisce soprattutto la minuziosa e originale ricerca dei nomi propri…
Comincia Cassandra che, scomparsa al mondo, è diventata Cloe Dubois che è nata e vive serenamente a Lione; Matilde è diventata Hanah Tonello, vive in Sud Africa a Città del Capo, dove il padre ha un importante incarico all’ambasciata. Vorticose le vicende di Federica, alias Cristiana De Amicis, nata povera in Brasile e perseguitata dalla giustizia per avere rubato delle caramelle rompendo una vetrina (novella Jean Valjean, perché Federica sta lavorando al teatro sulla legge!), riesce a imbarcarsi e a fuggire a New York dove diventa Caterina Hargly. Elisa vive all’Isola d’Elba in una famiglia di costruttori, la famiglia De Leris, dove è nata con l’esotico nome Asia. Morgana è l’inglese Veronica Giunti e la piccola Letizia, tedesca, si chiama in realtà Ramona; ha un fratello Peter e la famiglia è molto ricca…
Insomma, questi esilaranti e sempre sorprendenti accademici sembrerebbero non avere difficoltà alcuna a rinascere dalle proprie ceneri e a vestire nuovi panni, finché, certo, è un gioco…
Li mettiamo allora di fronte alla prima domanda che riguarda il desiderio reale di cambiare radicalmente vita, di chiudere una storia per aprirne un’altra. Certo, e per fortuna, la loro giovane età non consente di fare fagotto del tempo passato in cerca di nuova linfa e così le risposte riguardano momenti di cambiamento sporadici dettati da piccoli inconvenienti: Cassandra racconta di essersi inventata Cloe Dubois un giorno in cui era con sua madre al supermercato e uno straniero le ha chiesto come si chiamasse; anche Matilde è ricorsa a un’invenzione, quando, in vacanza d’estate in Abruzzo un uomo la importunava: nel suo ottimo inglese ha risposto di essere straniera e di non sapere parlare italiano.
Adham racconta che alle elementari una sua compagna aveva un sacco di penne e quaderni costosi e lui, per invidia, le raccontava di avere non solo tanti telefoni ma anche tante auto; lei ci credeva e da quel momento non l’ha più invidiata, forse perché, nonostante i tanti bei quaderni, era un po’ tontarella…
Il desiderio di cambiamento, dunque, è sempre legato ad uno stato d’animo negativo, come nel caso del povero Mattia Pascal? Morgana pensa che possa essere legato anche a un semplice capriccio, un diversivo dalla quotidianità; Elisa cita un libro in cui una ragazza che non era stata invitata a una festa, si fingeva un’altra persona nel tentativo di ovviare alla delusione; Lorenzo pensa che spesso ci si inventi un cambiamento per sentirsi superiore agli altri e Emma racconta un episodio in cui una ragazza aveva inventato di essere un’altra, probabilmente per il desiderio di diventare sua amica. Io stessa, Beatrice, racconto come alle elementari avessi inventato per anni di avere un cane di una razza precisa, con un nome, con le sue caratteristiche e una serie di episodi spettacolari vissuti insieme. Finché, arrivati alla quinta, un compagnetto più furbo degli altri mi chiese di mostrare finalmente questo cane che non era mai comparso, neanche a casa (dove, si diceva, veniva tenuto chiuso perché non amava i bambini). E così, tenace, diedi vita a una grande messa in scena, per cui il figlio di una amica di mia madre, dovette venire un giorno fuori da scuola con il suo cane di cui ero grande amica: all’uscita, Tom mi festeggiò affettuosamente e la mia vittoria fu netta!
Quindi sì, tendenzialmente ci si inventano realtà parallele quando si vive qualche mancanza, qualche disagio o quando si vuole fare colpo sugli altri.
Ma la finzione implica un meticoloso lavoro, comporta rinunce e una soglia di attenzione altissima: la libertà di Mattia Pascal, per esempio, comporta la separazione da tutti i suoi legami: egli è solo ed essere solo è la condizione per essere ciò che vuole. Presto, però, si accorge che la solitudine è insopportabile.
Vi capita di sentirvi soli? Non c’è alcun valore nella solitudine?
Adham apprezza la libertà di poter restare solo a casa, ma sa bene che si tratta di una solitudine temporanea, il cui fascino è legato al fatto che, presto, gli adulti torneranno: nessuno di noi ha mai provato un’esperienza come quella di Mattia Pascal, costretto a vivere due vite e, in fondo, a non viverne nessuna. Matilde introduce invece una differenza importante tra sentirsi soli e essere soli: ci si può sentire soli anche in mezzo a mille persone e, viceversa, i nostri pensieri possono essere abitati da amici e persone care; è d’accordo anche Lorenzo: la solitudine è una dimensione interiore, soggettiva, che dipende molto dalla nostra percezione delle cose. Elisa dice che la differenza la fa la decisione: una solitudine scelta, in fondo, è uno spazio per sé; una solitudine imposta invece, continua Federica, ti impedisce di realizzare qualsiasi progetto. Matilde ricorda quando, alcuni anni fa, si è dovuta trasferire dal Sudafrica, dove aveva vissuto la sua infanzia, all’Italia: ha dovuto ricominciare tutto da capo, lasciare gli amici, cercare nuovi compagni di strada… è in questa distretta complicata che è arrivata in Piccioletta barca.
Uno dei messaggi del romanzo, in fondo, è questo: non si può vivere senza legarsi agli altri. I ragazzi sono tutti d’accordo: il bisogno di parlare con qualcuno, di condividere i propri segreti, prima o poi, si fa sentire. Anche se non lo vogliamo, siamo animali sociali e anche quelli che si vantano di non avere bisogno di nessuno, in fondo, spesso lo fanno proprio per essere notati: Adham racconta di un compagno che rifiutava di giocare con gli altri, ma poi tornava ogni volta a chiedere al gruppo: «vi state divertendo?», nella speranza che proprio la sua solitudine attirasse l’attenzione degli altri.
Terminiamo il nostro domandare tornando al tema della finzione: la storia di Mattia Pascal è un esempio, certo estremo, di un’intera esistenza fondata su una finzione. Per Lorenzo mentire è faticoso perché qualcosa dentro di lui connette la finzione al ridicolo: quando inventa una bugia e gli altri incominciano a crederci, finisce sempre per scoppiare a ridere, tradendosi immancabilmente. Per Morgana la più grande fatica della finzione è ricordare ciò che si è inventato: come Mattia Pascal si devono architettare bene le proprie menzogne, perché abitare un personaggio di cui non si hanno i ricordi è un’operazione ardita. Matilde ha una tattica: costruisce una sorta di collage di vite altrui, di cui sa qualcosa, in modo da avere pezzi di memoria coerenti.
Elisa suggerisce che, però, una parte di finzione ci sarà sempre nelle nostre narrazioni. Quando si racconta una vacanza o un momento bello, si aggiungono sempre particolari di fantasia, anche solo per esigenze ‘letterarie’: i nostri ricordi più cari non sono solo una successione di eventi, ma anche un fiorire di piccole invenzioni che rendono, paradossalmente, quegli stessi eventi ancora più veri. Adham, che attinge spesso i suoi esempi dalla scuola, confessa che in varie occasioni, in classe, quando la professoressa chiede cosa è successo, non riesce ad avere una narrazione uguale all’altra. Certo, aggiunge Matilde, non si deve esagerare: spesso per rendere la realtà più bella si negano le cose più scomode da guardare; i ricchi fingono che non esistano i poveri oppure raccontano (anzitutto a se stessi) che il benessere è un merito e che la miseria è una colpa. Letizia, un po’ disperata, ne conclude che non si può mai fidarsi dei racconti e che talvolta è impossibile capire se siamo di fronte alla realtà o a una bugia. La consola Lorenzo: spesso si finge per il bene degli altri; di fronte a una debolezza o a un difetto di un compagno, il più delle volte tende a rassicurarlo, anche negando l’evidenza. Forse è questo desiderio del bene altrui ciò che autorizza le nostre finzioni?
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