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LA VOCE DEL NUME – La Piccioletta Barca

Tra le voci dell’antichità ce n’è una del tut­to par­ti­co­la­re, una voce che si è incar­na­ta in mil­le modi diver­si, uno per ogni cul­tu­ra. È la voce ina­scol­ta­ta, la voce che nes­su­no vuol sen­ti­re per­ché far­lo signi­fi­che­reb­be costrin­ger­si a cam­bia­re, a rispon­de­re, ad agi­re. For­se l’incarnazione più nota è Cas­san­dra, sacer­do­tes­sa di Apol­lo a cui il nume inna­mo­ra­to con­ce­de in dono la capa­ci­tà di vede­re il futu­ro; da lei respin­to, la male­di­ce: non toglien­do­le il dono, ma facen­do sì che nes­su­no mai cre­da alle sue paro­le. Male­di­zio­ne ben peg­gio­re, i cui effet­ti ci rac­con­ta­no tan­to i Gre­ci (Eschi­lo in Aga­men­no­ne e Euri­pi­de nel­le Tro­ia­ne), tan­to Vir­gi­lio. Gli annun­ci di sven­tu­ra cado­no nel vuo­to ma, sia chia­ro, si rea­liz­za­no sem­pre.
Vie­ne spon­ta­neo doman­da­re ai ragaz­zi chi sia­no le moder­ne Cas­san­dre. Adham pen­sa alle per­so­ne che usa­no le sta­ti­sti­che, i cui risul­ta­ti spes­so sono mani­po­la­ti dal poten­te di tur­no per dire tut­to e il suo con­tra­rio. Eli­sa è sicu­ra: gli scien­zia­ti che han­no annun­cia­to il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co e il riscal­da­men­to glo­ba­le, come Cas­san­dra, non sono sta­ti ascol­ta­ti, altri­men­ti non sarem­mo al pun­to in cui sia­mo. Ale­xan­dros, sor­ri­den­do, ricor­da una leg­gen­da metro­po­li­ta­na secon­do la qua­le mol­ti even­ti sto­ri­ci tro­va­no un’anticipazione, qual­che anno pri­ma, in un foto­gram­ma o in una sce­na del­la serie ani­ma­ta The Simp­son.

Lo stes­so dram­ma di non esse­re ascol­ta­ti attra­ver­sa anche un’altra cate­go­ria di visio­na­ri, in un ambien­te pros­si­mo ma mol­to diver­so da quel­lo gre­co: il popo­lo di Israe­le. I pro­fe­ti sono, in effet­ti, uno dei gran­di gene­ri let­te­ra­ri che costi­tui­sco­no il Pri­mo Testa­men­to.
Spie­ghia­mo ai ragaz­zi che il testo bibli­co, che per mol­ti è sacro (alcu­ni di loro, pro­prio in que­sti mesi, cele­bra­no la Cre­si­ma), è pur sem­pre un testo let­te­ra­rio e pro­prio come tale può (e, for­se, deve) esse­re let­to. È stu­pe­fa­cen­te come le nuo­ve gene­ra­zio­ni appa­ia­no pri­ve di nar­ra­zio­ni con­di­vi­se: per mol­ti seco­li la Bib­bia è sta­ta anche una gran­de rac­col­ta di sto­rie che tut­ti cono­sce­va­no, con le qua­li cia­scu­no si con­fron­ta­va per­so­nal­men­te, sapen­do che anche gli altri avreb­be­ro fat­to lo stes­so. Nel len­to sci­vo­la­re dell’epoca lon­ta­no dal­le nar­ra­zio­ni (Fra­nçois Lyo­tard ha defi­ni­to la post-moder­ni­tà come la fine del­le gran­di nar­ra­zio­ni), i rife­ri­men­ti comu­ni si perdono. 

Invi­tia­mo tut­ti i ragaz­zi a con­fron­tar­si con il testo cer­can­do di dare loro l’idea del­la sua strut­tu­ra; il Pri­mo testa­men­to è divi­so in quat­tro gran­di grup­pi di libri: cin­que del Pen­ta­teu­co (la Leg­ge), 16 libri sto­ri­ci, 7 sapien­zia­li e, appun­to, 18 pro­fe­ti­ci. Il Nuo­vo Testa­men­to, inve­ce, è costi­tui­to dai quat­tro van­ge­li, dagli atti degli apo­sto­li, le let­te­re di San Pao­lo, le let­te­re cat­to­li­che, l’Apocalisse. In que­sto sem­pli­ce cano­ne (su cui ci sareb­be mol­to da dire anco­ra) bal­za all’occhio la pre­sen­za dei pro­fe­ti: colo­ro che par­la­no (femi) pri­ma (pro) che le cose acca­da­no. Il pro­fe­ta che leg­ge la sto­ria e miste­rio­sa­men­te intui­sce da che par­te si muo­ve è però solo una del­le voci di cui è costi­tui­ta la Scrit­tu­ra. Per­ché se c’è qual­co­sa che sta al cen­tro del­la tra­di­zio­ne ebrai­ca è pro­prio la voce. Non è un caso che la cul­tu­ra ebrai­ca (come quel­la isla­mi­ca farà più tar­di) abbia deci­so di met­te­re al ban­do l’immagine, la pit­tu­ra, la ripro­du­zio­ne: la man­can­za di figu­ra ren­de il lega­me con la voce anco­ra più for­te e neces­sa­rio; dove le imma­gi­ni si ripro­du­co­no all’infinito, come nel­la nostra cul­tu­ra post-moder­na, inve­ce il discor­so sul­la veri­tà, la paro­la vera e giu­sta pian pia­no si riti­ra­no sul­lo sfon­do (non è un caso che i ter­mi­ni con cui noi moder­ni par­lia­mo del­la veri­tà sia­no tut­ti con­nes­si alla vista: chia­ro o lam­pan­te sono diven­ta­ti sino­ni­mi di ‘vero’). La vali­da­zio­ne bibli­ca, inve­ce, non è visi­va: Dio si rico­no­sce, pri­ma di tut­to, dal­la sua voce. Nel prin­ci­pio, infat­ti (bereshit), Dio dis­se e la luce fu. A inter­rom­pe­re il caos o il nul­la pri­mor­dia­le si imma­gi­na soli­ta­men­te un lam­po, per­ché la luce è la pri­ma crea­tu­ra; basta anda­re con il pen­sie­ro alla Cap­pel­la Sisti­na per evo­ca­re que­sto emer­ge­re del­la luce pri­mi­ge­nia. A onor del vero, però, la voce pre­ce­de la luce, qua­si fos­se crea­tri­ce e non crea­tu­ra. Col­pi­sce, insie­me a que­sto, la faci­li­tà con cui le cose, sem­pli­ce­men­te, sono. Chie­dia­mo ai ragaz­zi se ricor­da­no altre ‘sto­rie’ o ‘miti’ di crea­zio­ne; Eli­sa subi­to pen­sa al Big Bang, Nico­lò ricor­da le con­te­se tra gli dei anti­chi. In effet­ti, se para­go­na­ta agli altri rac­con­ti dell’Antico Vici­no Orien­te, la sto­ria del­la Gene­si è del tut­to incruen­ta: nes­su­na lot­ta, nes­su­na esplo­sio­ne, nes­sun duel­lo tra bene e male. 

Non stu­pi­sce che una voce ritor­ni pro­prio nei momen­ti più impor­tan­ti del Pri­mo e del Secon­do testa­men­to: quan­do Mosè incon­tra Dio per la pri­ma vol­ta lo sen­te par­la­re da un rove­to arden­te e quan­do, dopo mol­ti anni, cre­sciu­ta l’amicizia con lui, Dio deci­de di far­si vede­re, gli mostra solo le spal­le, per­ché «chi vede Dio muo­re». Per non par­la­re del Quar­to Van­ge­lo, nel qua­le Gesù vie­ne defi­ni­to logos, paro­la che, in gre­co, indi­ca for­se più la razio­na­li­tà e che San Giro­la­mo, tra­du­cen­do in lati­no ver­bum, ricon­du­ce alla paro­la par­la­ta.
Ma il tema che più di tut­ti rac­chiu­de il miste­ro del­la voce è quel­lo bibli­co del­la voca­zio­ne, del­la chia­ma­ta che gli ami­ci di Dio (pro­fe­ti o re) inten­do­no e che appa­re loro come un irre­si­sti­bi­le invi­to a diven­ta­re se stes­si. Tra tut­ti, il bra­no più com­mo­ven­te è la voca­zio­ne di Samue­le, un gio­vi­net­to appren­di­sta pro­fe­ta che abi­ta nel tem­pio insie­me al vec­chio Eli. Una not­te il ragaz­zo si sen­te chia­ma­re: Samue­le! Cor­re allo­ra dal vec­chio Eli: Mi hai chia­ma­to? L’anziano pro­fe­ta non capi­sce al pri­mo col­po, ma la ter­za vol­ta avver­te: è il Signo­re. Inse­gna, insom­ma, a rico­no­sce­re la voce di Dio (per­ché, sì, per la Bib­bia Dio ha una voce e ci vuo­le un buon orec­chio per com­pren­der­la). Ecco, allo­ra, che Dio tor­na a chia­ma­re, ripe­ten­do sem­pli­ce­men­te il nome del gio­va­ne. Il nome, in effet­ti, non è nep­pu­re con­te­nu­to: è pura voce, pre­ci­sa­men­te rivol­ta a te.
Da allo­ra, dice la Bib­bia, il ragaz­zo non per­se nep­pu­re una paro­la di Dio e Dio non smi­se di par­lar­gli: sarà Samue­le a unge­re il pri­mo re di Israe­le, Saul, e il secon­do, Davi­de. Ma la Bib­bia aggiun­ge un altro par­ti­co­la­re, che spes­so sfug­ge, for­se per­ché un po’ spa­ven­ta. La pri­ma pro­fe­zia che il gio­va­ne rice­ve, infat­ti, è que­sta: «distrug­ge­rò la casa di Eli». Insom­ma, Eli inse­gna al gio­va­ne ad ascol­ta­re una voce che decre­te­rà la sua stes­sa fine. La gran­de dif­fe­ren­za tra l’educazione e la pro­pa­gan­da (o la mani­po­la­zio­ne) è tut­ta qui: inse­gna­re non signi­fi­ca pas­sa­re con­te­nu­ti, ma por­ta­re a rico­no­sce­re quel­la voce che dirà cose inat­te­se per­si­no a chi educa. 

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